“Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46)
Nel momento culminante della sua passione, Gesù si abbandonò completamente al Padre, affidando ogni attimo, ogni dolore, e ogni speranza all’amore divino. Con queste parole, Egli riconobbe apertamente la propria impotenza nel governare ogni aspetto della vita, testimoniando che, di fronte all’imminenza della morte, ogni tentativo umano di controllo è vano. In quell’atto supremo non si cela sconforto, bensì una radicale fiducia che trasforma la fragilità in forza spirituale e raccoglie in un unico gesto il mistero della salvezza.
Questo messaggio kerygmatico ci chiama a rinnovare la nostra fede: non siamo destinati a essere “piccoli padri eterni”, artigiani vani del nostro destino, ma figli e figlie di un Padre sovrano, chiamati ad abbandonare l’illusione di dominare la realtà. Gesù ci invita a lasciar andare l’orgoglio e il desiderio di autogestione, affinché, affidandoci completamente alla volontà divina, anche noi possiamo trovare la pace che sorpassa ogni comprensione umana e trasformare il dolore in preludio a una rinascita spirituale.
In questo atto d’abbandono, si svela la verità del Vangelo: la vita autentica non si costruisce sul tentativo farraginoso di governarla, ma nell’accettazione del mistero affidato nelle mani di Dio, che guida ogni esistenza verso la luce eterna.
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