Magistero
di Papa Francesco (Udienza Generale, 20 maggio 2015 e Angelus)
«Cari giovani, malati e sposi
novelli, domani celebreremo la memoria di Santa Rita da Cascia, la santa
delle cause impossibili. Ella fu una donna, sposa, madre, vedova e consacrata,
che ha saputo amare e perdonare in ogni situazione della vita.
Guardando a lei, imparate a testimoniare la fede nell'amore di Cristo,
specialmente nei momenti di sofferenza; la sua spina sulla fronte sia per
voi il segno della vicinanza d'amore del Signore ai vostri patimenti.
La sofferenza di Rita non fu un ripiegamento doloristico su se stessa, ma una conformazione mistica a Cristo Crocifisso. Ricevere la spina significò per lei entrare nel mistero più profondo del Venerdì Santo, dove il dolore umano viene redento dall'amore divino. Oggi la cultura dello scarto cerca in tutti i modi di anestetizzare il dolore, considerandolo privo di senso o come un fallimento dell'esistenza.
Santa Rita, al contrario, ci insegna la teologia della croce: il patimento,
quando è illuminato dalla fede, diventa uno spazio di fecondità spirituale e di
solidarietà universale. Quella ferita aperta sulla sua fronte, che portò con
umiltà e nascondimento nel segreto del monastero, era il canale attraverso cui
intercedeva per le piaghe dell'umanità intera. Esorto in particolare voi, cari
malati, a non sentirvi mai inutili o abbandonati; guardate a questa grande
mistica e chiedete la grazia di trasformare le vostre infermità in una
preghiera potente, capace di sostenere il cammino della Chiesa e di consolare i
cuori più affranti».
Non dobbiamo dimenticare che la
spina di Santa Rita non è un macabro elogio della sofferenza fine a se
stessa, ma il sigillo di una relazione d'amore intima e sponsale con il
Risorto. In un mondo che esalta l'efficienza, l'estetica perfetta e il
benessere superficiale, la piaga sul volto di Rita disturba i nostri falsi
miti di sicurezza. Ci ricorda che le ferite della vita — siano esse
fisiche, morali o spirituali — non vanno nascoste con vergogna, ma
presentate a Dio perché Egli vi riversi il balsamo della Sua misericordia.
Questa
straordinaria Santa ha vissuto la sofferenza come un luogo di comunione e non
di isolamento. Quando la malattia ci chiude in noi stessi e la tentazione della
disperazione bussa alla porta del cuore, lo Spirito Santo ci indica il cammino
di Cascia. Lì troviamo una donna che ha trasformato la sua cella monastica in
un santuario di intercessione per il mondo intero. Chi soffre con Cristo non è
mai solo, e la sua sofferenza non è mai sterile: diventa una misteriosa ma
reale forza di grazia che sostiene i passi dei missionari, conforta chi è nella
prova e risveglia le coscienze assopite. Imparate da lei a non sprecare il
vostro dolore, ma a farne un dono d'amore per i fratelli, certi che oltre il
Venerdì Santo brilla sempre, invincibile, la luce della Pasqua».

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