Le persone che ci feriscono, ci maltrattano, ci fanno del male,
non sono migliori di noi.
Ma non sono nemmeno peggiori.
Spesso sono più ferite,
più confuse,
più bisognose di amore e comprensione
di quanto riescano a riconoscere.
Il loro comportamento — brutto, immaturo, a volte ostile —
non nasce dalla cattiveria pura,
ma da una sofferenza non guarita,
da una fame d’amore mai saziata,
da una ferita che non ha trovato consolazione.
Paradossalmente, proprio noi che abbiamo incontrato Gesù,
che conosciamo la sua misericordia,
ci troviamo messi alla prova da queste persone.
Ci fanno soffrire,
ci destabilizzano,
ci costringono a scegliere tra la logica della difesa
e la logica della Croce.
La nostra razionalità ci dice:
“Proteggi il tuo bene, allontanati, difenditi.”
E questo è giusto.
È sano.
Ma non per questo dobbiamo odiare.
Non per questo dobbiamo chiudere il cuore.
Il Vangelo ci invita a qualcosa di più grande:
prima di giudicare, mettiamoci nella posizione di poter aiutare.
Non sempre sarà possibile.
Non sempre sarà sicuro.
Ma la compassione del Signore ci chiede di guardare oltre l’offesa,
oltre il comportamento,
oltre la maschera.
Anche noi abbiamo bisogno di essere perdonati,
amati,
liberati dalle nostre ferite.
Solo così possiamo fare il bene,
anche a chi ci ha fatto del male.
E allora, coraggio.
Non è facile.
Non lo è per me,
non lo è per nessuno.
Superare, capire, perdonare,
non significa essere indifferenti,
ma essere liberi.
Liberi di amare senza essere schiavi del rancore.
Liberi di proteggersi senza chiudersi.
Liberi di portare la Croce,
senza smettere di sperare nella risurrezione.
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