Chi non perdona alza un muro non contro gli altri, ma contro la propria salvezza. Se tratteniamo la colpa altrui, rimaniamo noi stessi intrappolati in quella colpa. La Scrittura è implacabile su questo:
«Se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,15).
Senza il perdono, lo "spartiacque della Pasqua" non può operare. La Pasqua è vita che scorre; il non-perdono è una diga che blocca la grazia, lasciando l'anima a marcire nelle acque stagnanti del risentimento.
Chi rifiuta di perdonare perde il "vigore della Pasqua". La risurrezione è forza esplosiva, ma il livore è una catena che ci trascina verso il basso.
«Chi odia suo fratello è nelle tenebre, cammina nelle tenebre e non sa dove va, perché le tenebre hanno accecato i suoi occhi» (1 Gv 2,11).
Senza il perdono, l'anima entra in uno stato di necrosi spirituale: si è vivi fuori, ma morti dentro. La disperazione e l'amarezza diventano i padroni di casa, e i propri peccati — mai realmente sciolti perché mai donati — diventano una prigione che conduce alla morte del cuore.
Gesù ci insegna che non esiste una via di mezzo. O siamo canali di misericordia o siamo accumulatori di colpa.
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso... perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,36-37).
Il perdono è l'unico modo per non morire soffocati dai propri peccati. Tommaso è uscito dalla sua "latitanza" perché ha lasciato che la misericordia di Gesù toccasse la sua ferita. Se non portiamo la misericordia, il dolore resta bloccato, il muro della protezione divina non si alza e noi restiamo soli, prigionieri dei nostri pensieri di angoscia, privi del soffio vitale dello Spirito.
Oggi il Risorto ci chiede: vuoi vivere della Mia Pasqua o vuoi morire nella tua amarezza? Scegliere il perdono non è un favore che facciamo agli altri, è il diritto che diamo a Dio di salvarci. Solo così il vigore della risurrezione può tornare a scorrere nelle nostre vene. translate in english only

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